No Carbone

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La costruzione della centrale a carbone calabrese di Saline Joniche continua a trovare la netta opposizione degli ambientalisti italiani, che hanno addirittura deciso di farne il simbolo della battaglia contro questa fonte fossile. Sotto il tiro degli ecologisti, in particolare, è finita la decisione degli scorsi mesi del Governo di autorizzare la realizzazione dell’impianto progettato dal consorzio Sei, capeggiato dalla società svizzera RePower. «Fermare la costruzione della centrale a carbone di Saline Joniche, in Calabria – hanno dichiarato Greenpeace, Legambiente, Lipu e Wwf in una nota congiunta – è un primo passo, fondamentale per bloccare l’avanzata lungo tutto lo stivale delle lobby del carbone e di una politica energetica vecchia, inutile e dannosa per il clima e la salute ma che tuttora persiste, con una quota di circa il 13%, nella Strategia energetica nazionale in fase di pubblica consultazione».
La realizzazione della centrale a carbone di Saline Joniche, secondo gli ecologisti, stravolgerebbe l’ecosistema marino e terrestre dell’area Grecanica e della Costa Viola, minacciando 18 aree tra cui cinque siti di importanza comunitaria, in pieno contrasto con la direttiva europea Habitat. A rischio sarebbe anche la salute delle comunità.
Le associazioni contestano, inoltre, le modalità di concessione dell’autorizzazione da parte del Consiglio dei ministri, che violerebbe i poteri assegnati dalla Costituzione alla Regione Calabria. Gli ambientalisti bocciano anche la tecnologia Ccs (cattura e confinamento geologico della CO2) che dovrebbe limitare le emissioni prodotte dalla centrale, in quanto ritenuta ancora in via di sperimentazione, non matura e insostenibile economicamente, comunque non applicabile in zone sismiche come Saline Joniche.
«Infine, come se questo non bastasse, ci si chiede a cosa serva la costruzione di una nuova centrale, visto che a fronte di una richiesta energetica storica massima di 56.822 MW (avvenuta nel 2007), l’Italia già dispone di una potenza installata che supera i 118.443 MW, una sovraccapacità produttiva che costringe gli impianti a funzionare a scartamento ridotto con gravi conseguenze economiche per il Paese e per le stesse bollate dei cittadini», si legge in un comunicato diffuso dalle associazioni ecologiste.
Saline Joniche è considerata solo una parte del “fronte del carbone” dagli ambientalisti, che evidenziano come oggi in Italia il 12,9% dell’energia elettrica sia prodotto da questa fonte fossile (un dato comunque molto inferiore alla media europea), che causa però oltre il 30% delle emissioni totali di CO2. Nuovi progetti sul territorio nazionale sono in ballo anche a Porto Tolle (riconversione da olio combustibile), Vado Ligure (ampliamento della centrale a carbone esistente) e nel Sulcis. Greenpeace, Legambiente, Lipu e Wwf chiedono senza mezzi termini che dalla Sen (Strategia energetica nazionale) sia eliminata la quota di carbone prevista, a favore di una maggiore crescita delle fonti di energia pulita.