Scilla e Cariddi

fussli

L’immagine soprastante, dipinta da Johann Heinrich Füssli, rappresenta Scilla e Cariddi, entrambe spaventosi mostri marini, che erano  l’una vicino all’altra a formare quello che le genti moderne chiamano “Lo Stretto di Messina” e mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno l’acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei teste cercando di ghermire altrettanti marinai.

Ecco la descrizione che Omero fa di Scilla (Odissea, XII, 112 e sgg)
“Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
Sei lunghissimi colli e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara di ogni dente.
Con la metà di se nell’incavo
Speco profondo ella s’attuffa , e fuori
Sporge le teste, riguardando, intorno,
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di Que’ mostri maggior che a mille a mille
Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.
Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poichè, quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola”

Secondo Virgilio Scilla fu trasformata in un essere che dal petto in su aveva sembianze di donna mentre dal petto in giù aveva sembianze di lupo e di pesce. Narra infatti Virgilio dell’Eneide (III, 681-689)
“Scilla dentro a le sue buie caverne
Stassene insidiando; e con le bocche
De’ suoi mostri voraci, che distese
Tien mai sempre ed aperte, i naviganti
Entro al suo speco a se tragge e trangugna.
Dal mezzo in su la faccia, il collo e ‘l petto
Ha di donna e di vergine; il restante
D’una pistrice, immane, che simili
A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre.”